In questo momento mercoledì, 18 novembre 2009 | 11:42

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Costretto a letto dall'influenza. Sai la novità, la metà delle persone che conosco è stata malata nelle scorse settimane, e senza dubbio l'ha già attaccata alla restante metà (io, per conto mio, sabato sono stato ad una festa, tossendo come un poeta romantico sulla via della morte per tubercolosi, prima di rendermi conto che non stavo troppo bene e tornare a casa: non male, eh?). Il fatto è che mi è venuto da pensare. Sai, quando hai sintomi simili alla febbre suina -febbre improvvisa sopra i 39, sintomi respiratori- e apri le news e trovi un sacco di roba su tutte quelle morti per influenza suina, ti viene da pensare per forza.
A me è venuto da pensare che, in fondo, non sembrava niente di diverso dalle mille influenze che ho avuto fin da quando ero bambino. Ho provato anche a guardare se mi era spuntata una coda a ricciolo tipo maialino ma, no, non credo sia così che funzioni. Il fatto è che l'influenza suina è una normalissima influenza, come mi ha detto il medico. E la psicosi? E le vittime, che hanno dato il via alla psicosi? Soggetti deboli, predisposti. Succede con ogni influenza stagionale, solo che non finiscono nei tg.
E se qualcosa non è nei tg, non è accaduto.
Non ho voglia di mettermi a parlare di complotti del Grande Fratello o delle multinazionali farmaceutiche. Rischierei di sparare solo una marea di cazzate. Vorrei solo parlare di come i nostri ritmi frenetici, uniti alla nostra abitudine al benessere ci hanno fatto perdere di vista un sacco di cose. In un passato neanche troppo remoto, le epidemie i morti li facevano eccome: una malattia che colpiva milioni di persone e ne uccideva poche migliaia era un sogno. Oggi, un incubo. Vogliamo la pillola miracolosa, che non solo ci salvi la vita, ma non ci faccia neanche perdere troppo lavoro in ufficio, e se possibile neanche la partita di calcetto con gli amici. E da questo gruppo non mi tolgo neanch'io, visto che domenica, mentre a letto sentivo come se nella mia testa ne crescesse un'altra più grande e per giunta incandescente, farneticavo di tornare all'università entro martedì, perchè avevo la presentazione d'inglese da fare e bla bla bla. Con il sorriso di compatimento del vecchio medico il giorno dopo.
Perchè noi al giorno d'oggi ignoriamo il fatto che la scienza i miracoli non li fa, specialmente quando la materia di base non è granchè. E, guardiamoci in faccia, la materia umana di base non è granchè: siamo un meccanismo che si guasta con un nonnulla, come pretendiamo di funzionare come robot?
Siamo seri. E godiamoci, senza ansie, quei quattro o cinque giorni a letto. A pensare, o tuttalpiù a leggere, chè gli schermi fanno male agli occhi. A dire la verità farebbero sempre male agli occhi, ma è quando siamo malati che ce ne accorgiamo.
Che il mondo, nel frattempo, non è che prenda a girare più velocemente per farci un dispetto. E' che prima non ci rendevamo conto che avesse messo la quinta.

 


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento mercoledì, 11 novembre 2009 | 23:01

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Sono le nove, nove e un quarto. Apro la porta di casa, accendo la luce. "C'è nessuno?" C'è nessuno. Accendo i termosifoni, il freddo mi è già addosso come tante gocce e con questi residuati bellici ci vorranno ore prima di avere addosso un tepore accettabile. La porta della mia camera è socchiusa, il letto sfatto, i libri gettati alla rinfusa sul pavimento accanto al sacchetto delle gocciole mulino bianco, mentre i coniglietti suicidi mi guardano dalla parete. Tutto come stamattina, alle nove, quando sono uscito di casa per andare in dipartimento. 
Una doccia, ho bisogno di una doccia lavapensieri. Uno sproposito di bolletta d'acqua dopo, sono già lì a controllare internet per la prima volta di oggi. Ben poco di nuovo dal mondo. Un messaggio, ho voglia di andare a prendermi una birra in centro con quelli di facoltà?
Raccolgo i jeans, le scarpe, cambio maglione con uno meno da adulto, la sciarpa,il cappotto. I libri sono ancora sul pavimento.
E il fatto è che, a me, questa vita piace.


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento domenica, 08 novembre 2009 | 16:13

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Le gocce del temporale sul vetro, la casa buia di sonno, il sugo pomodoro&rucola per finire quella busta di verdura troppo grande, la serie A per sentito dire, il libro da studiare e il piumone. Domenica come tante.
La voglia di dire al mondo di lasciarti in pace.
Bianciardi era un genio, comunque, me ne accorgo ad ogni rilettura. Solo che non riesco a resistere alla tentazione di raccontare le cose come un bitinicco arrabbiato, comunque. Un giorno troverò un modo migliore, vestiti che non stiano nè larghi nè stretti alle mie parole.
(chi indovina di cosa cazzo stessi parlando sopra vince una foto autografata del Livingstone)
 


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento venerdì, 30 ottobre 2009 | 18:13

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 La stradina è solitaria
non c'è un cane; qualche stella
nella notte sopra i tetti:
e la notte mi par bella.

E cammino poveretto
nella notte fantasiosa
pur mi sento nella bocca
la saliva disgustosa. Via dal tanfo
via dal tanfo e per le strade
e cammina e via cammina, 
già le case son più rade.
Trovo l'erba: mi ci stendo
a conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
canta amore alle persiane.

Dino Campana

Quante cose dovresti scrivere, fare, realizzare, Livingstone? Le scadenze si avvicinano e tu sei uno yogurt di quelli che vanno a male subito. Quante telefonate, mail, devi fare? - Sempre che tu voglia farle, s'intende.

Non prendere scuse per restartene nel tuo eremo sopra i tetti e sopra il tramonto. Non ti fare domande del genere solo quando sono le tre di notte, e tu stai mentalmente calcolando le ore di (non) sonno prima della prossima lezione, e cammini sopra gli archi di pietre nere gocciolanti e fai lo slalom fra i gruppi vocianti e senti Manuel Agnelli cantare ad orari impossibili e qualcuno rispondergli con liriche imparate a memoria mentre gli arabi magri e dinoccolati guardano tutto da dietro il banco del kebab e se la ridono, no, cerca di fartele anche di giorno certe domande che forse era meglio non farsi mai.


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento giovedì, 22 ottobre 2009 | 13:47

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 Il cantante Federico Fiumani l'ho sentito nominare la prima volta in quello che era il mio libro preferito a tredici anni, cioè "Jack Frusciante è uscito dal gruppo". Quando, molto più tardi, ho capito cos'era la new wave, e ho ascoltato qualche canzone dei suoi Diaframma, ho cominciato ad apprezzare un sound che, solo in Italia, poteva competere con quello che succedeva contemporaneamente a Londra, nonchè dei primi testi non banali del rock italiano (Manuel Agnelli era di là da venire). Mai un gran fan dei Diaframma, ma in ogni mia top ten del rock italiano un posticino se lo sarebbero meritati.

Comprenderete il mio stupore, allora, nell'entrare al Loop Cafè con le migliori intenzioni e trovare, in un angolo, un tipo molto alto, con una faccia di gomma da adolescente invecchiato male, i capelli brizzolati e una camicia nera addosso, che prova una Fender senza troppa convinzione. Ci sediamo sul divano accanto e facciamo finta di niente, finchè non ci chiede "Che musica ascoltate, ragazzi?" No, amico, non te la do la soddisfazione. "Rock." rispondo laconico. Lorenzo ghigna e risponde "Metal, anzi, New Metal." per vedere che faccia fa. Due chiacchiere di rito, cosa fate, cosa studiate; Simone chiede se gli accenna due note di "Verde", e lui lo fa, con una voce più adulta e profonda e penso che potrebbe essere una buona serata. 
Nel giro di poco tempo si accalcano folle di trentenni in fondo al locale, chi vuole una canzone, chi fargli solo i complimenti, adorarlo per adorare un'adolescenza che non c'è più. Lo sento canticchiare "Amsterdam" e interrompersi dicendo "No, qui poi entrava Piero, sapete, Piero Pelù" e capisco che per il Fiumani non è un gran periodo, se non l'avessi già capito dal suo venire a suonare in un locale da cinquanta posti scarsi.
Sale sul palco una mezzoretta abbondante dopo. Voce e chitarra elettrica, superamplificata sul minuscolo palco.
Qualche pezzo che non conosco, più acustico. Poi sento degli accordi che sembrano quelli di "Siberia", cosa che mi viene confermata non tanto dal testo che distinguo a stento ma dagli "wow!" dei trentenni di cui sopra. Si ripete una volta di troppo, salta battute dello stacco. Al posto dell'assolo di sax c'è ora un tempo imprecisato di sproloqui chitarristici senza molto senso.
Prosegue coi pezzi più conosciuti, richiesti ogni volta a gran voce dal pubblico. Tendono tutti ad assomigliarsi, senza ritmo, senza melodia, solo bordate di distorto mentre recita il testo a mo' di pappagallo e si dimena davanti all'asta. Ad un certo punto cerca di giustificarsi, per avere interrotto un pezzo a metà: "Ma no, ragazzi. Io non sono così. Non sono più così. Adesso voglio solo cantare qualcosa di...triste, e solitario." Ridono, gli altri, e noi ci guardiamo allibiti. Vogliono il suo sangue o cosa?
Attacca il mio pezzo preferito, "L'odore delle rose". Quasi non lo riconosco, mascherato com'è di accordi impastoiati e trascinati oltre il necessario, mentre la voce è a-melodica come non mai. Cerco di accennare lo stesso il testo con le labbra. "il senso delle cose...è una coperta stesa...se torni indietro, amore".
Alla fine, devo dire, riesce a sorprendere. Ferma una canzone a metà, e poi ci fa "Ragazzi, si pagava per entrare stasera?" Tutti rispondono che, beh, no, non si pagava. "ok, allora faccio questa e poi me ne vado." Ce ne regala ben due, e poi scende dal palco, sudato e un po' instabile, dopo cinquanta minuti di concerto.
Questa non è una recensione perchè quello non è stato un concerto. E' stata solo un'immagine di tristezza e decadenza delle più emblematiche. I trentenni quasi lo portano in trionfo, mentre esce, chiede un accendino e si mette a fumare con un tipo sugli scalini della via buia. Mentre ci allontaniamo sembra quasi che stia argomentando, dai gesti delle mani.


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento martedì, 20 ottobre 2009 | 14:49

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 La prima volta, Rachel mi ha portato attraverso la biblioteca verso una stanza piccola, seminascosta e semibuia. Attaccato alla porta c'era un foglio di quadernone con su la scritta "Italian Tutor". "Ecco qua" mi ha detto, in un italiano che cinque anni qui non hanno potuto liberare dall' accento yankee, "Potete mettervi su quel tavolo, sullo scaffale ci sono le grammatiche, per la lavagna devi chiedermi -come si dice?- il pennarello".

L'ho ringraziata, poi sono rimasto in piedi una decina di secondi dopo che se n'era andata. Ho spalancato le finestre, lasciando entrare l'aria fredda di un ottobre precoce e apparire il retro del duomo. Poi mi sono seduto, vincendo la tentazione di incrociare le gambe sul tavolo come il peggiore dei detective privati, e ho tirato fuori l'ultimo di Roth, sperando di doverlo mettere via al più presto. Con un occhio leggevo, con l'altro sbirciavo nella stanza accanto, hai visto mai che qualcuno volesse chiudere Facebook, metter via il piccolo Mac bianco e venire a ripassare i verbi irregolari.
Ci credereste, che non è venuto nessuno?
Nelle due settimane seguenti le cose sono un po' migliorate. Il giovedì successivo si è presentata una ragazza chiedendomi se le potevo "corriggere un composizione". Ho sorriso il più affabile dei miei sorrisi e ho risposto "Va bene. Take a seat." Per qualche strano motivo, una delle prime espressioni che gli americani colgono nella lingua italiana è "va bene". La ripetono con la stessa frequenza con cui noi diciamo "ok." Ho pensato che era la prima volta che qualcuno mi vedeva come qualcosa di simile ad un insegnante, mentre lei si sedeva e uno sprazzo di spontanea deontologia professionale mi impediva di chiederle il suo numero di telefono.
Adesso, potevano dirmelo che avrei avuto a che fare con studenti del livello avanzato, e non con i quasi-monolingua-inglese che avevo già conosciuto ai corsi e agli aperitivi della scuola. Spero che non si sia accorta che, se le ripetevo lentamente le concordanze fra i tempi del congiuntivo e quelli del condizionale, non era per farla capire meglio ma perchè erano anni che non ripensavo alla regoletta.
Insegnare la propria lingua dà una sensazione strana, innanzitutto perchè  tu per primo ti ritrovi a rifletterci su. Ogni tanto ti ritrovi a improvvisare teorie, del tipo noi-diciamo-così-perchè che ti fanno capire qualcosa in più sulla tua stessa cultura, su cosa la differenzia da una cultura che avevi sempre pensato fosse tutto sommato simile (andiamo, sono nato nel 1986 in Europa, che differenza c'è fra me e un americano?). L'ho detto e lo ripeto, guardare l'Italia attraverso il riflesso luccicante negli occhi di un visitatore è quello che mi evita ancora di odiare il mio paese.
E poi c'è quella sensazione strana di quando dici "C'mon, it's easy. Just think about it for a second" e allora loro sembrano persi e poi si illuminano e ti ripetono a pappagallo il verbo "andare". Non so ancora perchè, ma mi piace.


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento domenica, 11 ottobre 2009 | 15:37

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 L'autunno è iniziato stamattina, in forma di gocce che picchiettavano contro la tenda, posandosi e poi scivolando casualmente dall'altra parte del tessuto grigio-azzurro, mentre io cercavo a tentoni gli occhiali nel mucchio confuso di jeans e camicia che mi facevano da cuscino.

"Ragà. Qui piove". Nessuna risposta. Una folata da ovest mi inclinava le pareti della tenda addosso. "Anzi, diluvia." Un mugolio sommesso, braccia che si stiracchiavano nel poco spazio possibile, andavano a raggiungere telefonini e orologi. Qualche secondo di silenzio, poi Fra: "Merda, piove."
L'autunno cercava di entrare con prepotenza, cercava di fregarci il weekend al lago che ci eravamo voluti caparbiamente ritagliare, approfittando di un paio di giorni inaspettatamente liberi per tutti e tre, che avevamo decisamente improvvisato: tanto improvvisato che io avevo dovuto far trekking con le sneakers di pelle scamosciata ai piedi, che io e Gabriele avevamo dovuto ricomprare i sacchi a pelo sul momento, che non avevamo neanche pensato ad avvertire un campeggio -tanto è ottobre, ci sarà posto- e infatti da due giorni dormivamo in un terreno deserto fra roulotte chiuse e vecchi camper stanziali e arrugginiti, una scena d'abbandono che anche in un horror la metà bastava.
Avevamo deciso di staccare di brutto, avevamo guidato per tornanti di montagna fra paesini fantasma, avevamo camminato ore, fino a belvedere dai quale vedere la macchia azzurrina a fondovalle illuminata da un cielo pezzato di nuvole e sole, fino a chiesette dimenticate nel panorama come vecchi soprammobili. Avevamo scambiato cenni di saluto con i pescatori, unici esseri ad abitare la zona oltre a noi, con le loro comiche attrezzature ipertecnologiche, avevamo camminato fra casevacanze abbandonate e sentieri da muli fra i ruscelli. Avevamo provato vertigine sulla diga che dominava la valle e sulle sue strutture di cemento ammuffito da civiltà postatomica.
La sera, in mancanza di marshmallows, avevamo mangiato in trattorie nelle quali la stagione era così bassa che bisognava andare a chiedere al vecchietto di turno che si guardava la partita, se per caso si poteva mangiare. E poi c'eravamo fatti guardar male dal proprietario del baretto mentre gli svuotavamo le riserve di birrone moretti da sessantasei e le caricavamo in macchina. E poi ancora c'eravamo stesi in riva al lago senza luci che quella della luna (ma già la luna giocava a nascondino dietro le nuvole), quasi litigando per la nostra indolenza ogni volta che dovevamo andare a prendere un'altra bottiglia fra quelle che avevamo lasciato  a riva a congelarsi nell'acqua quasi pulita. Ogni tanto, sulla strada in alto di fronte a noi, una macchina sparava i suoi fanali, e noi lì a chiederci perchè qualcun altro dovesse mai andarsene a passare da quelle parti di sabato sera, quale fosse il motivo se non quello -che megalomani!- di staccare dalla città che aveva portato lì anche noi. I pesci saltavano fuori e dentro dall'acqua nera nel cuore del lago, e noi lì a scherzare come si scherza quando si è fuori da soli al buio: "Guarda là! Il mostro della laguna nera! La carpa mutante assassina!" mentre parlavamo di donne e futuro e passato e musicisti tossici e donne e esami e professori e donne e macchine più adatte per attraversare il deserto e sì, qualche volta anche di donne.
E ora eravamo lì a lasciarci cullare dal suono uniforme e delicato delle gocce, stringendoci ancora di più nei sacchi a pelo, chiedendoci quando l'autunno ci avrebbe lasciato in pace.


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento domenica, 04 ottobre 2009 | 14:00

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La mia adolescenza costa novanta euri, a quanto pare. No, non devo metterla giù così tragica, e soprattutto cominciare dall'inizio. Da quella mattina di primo ottobre in cui mi sono incamminato verso la mia vecchia scuola di musica, con in spalla la vecchia polverosa custodia dei primi tempi. Dentro, il mio primo basso, Roy: un Fender Precision imitato dalla pietosa ditta italiana Roytek, comprato nel duemiladue da un dubbioso papà.
Di un bianconero che più smorto non si può, e dalle improbabili chiavette a forma di trifoglio. Servito fedelmente alla causa dell'imparare scale (e ti credo, con quei maledetti tasti distanti un chilometro l'uno dall'altro) e seguire il metronomo (nonchè la batteria dei dischi di gente tipo Incubus e Green Day). Primo basso portato in sala prove con un anonimo gruppo cover dei Metallica. Non primo basso portato sul palco di un locale: avevo già i diciotto, allora, una band che qualcosa pagava, e il mio adorato Ibanez blu elettrico: più slanciato e sexy, più piccolo e maneggevole,dal suono nettamente migliore, più corrispondente alla mia idea di basso (le corde devono quasi toccare i pickup, chè sennò dove l'appoggio il pollice destro? e i tasti devono essere piccoli e ravvicinati, che la sinistra possa quasi suonare da sola pigiandoli). Il basso che se ne sta ancora lì in camera, sempre pronto all'azione, ogni volta che devo andare alla sala prove o ogni volta che mi dico: ora basta studiare, mettiamo su un disco dei RHCP e vediamo quanto distacco riesce a darmi Flea.

Perciò, non ci ho pensato molto, l'altroieri, quando il capo della vecchia scuola mi ha chiesto se volevo vendere il mio primo basso. Novanta euri per un catorcio che ne vale sì e no cinquanta? Dove devo firmare?

Così. Sono rientrato dopo anni nella scuola dove hanno cercato di eliminare per anni i miei vizi musicali e dove sono riusciti ad inculcarmi un'idea del suonare che è stare insieme, far gioco di squadra, preoccuparsi della riuscita del pezzo e non dell'assolo. 

"Vabè, ve lo faccio vedere un secondo come suona: è stato cinque anni nell'armadio, da quando ho comprato l'Ibanez". Onesto, troppo onesto? In realtà volevo solo infilare un'altra volta il pickup in quel vecchio amplificatore sullo scaffale a destra, appoggiarmi sul divano.

Funzionava ancora.
Le dita un po' arrugginite, devo dire. Le corde però ancora reggono, ho sempre preferito metterci trenta euri al set ma non vedermele restare in mano ad ogni colpo di plettro. Un giretto sulla scala blues, neanche due battute. Uno di quei fill che i bassisti improvvisano quando non hanno nulla da fare. Non un gran suono, ma per farci imparare qualche bassista dodicenne, più che bene.

Già. Pensare che, anche se io non ho decisamente trovato un gran successo nella musica, qualcuno possa imparare le pentatoniche e via dicendo sulle stesse corde dove ho sudato lacrime, beh. Sperando che con la musica gli vada meglio di quanto sta andando a me, che sia più bravo e più inquadrato nel metronomo e meno propenso ad andarsene per cazzi suoi inseguendo il fill più figo. Cerchio della vita e stronzate simili. 

Magari ogni tanto ci torno,là, a salutare i vecchi maestri, e il cuginopianista. E ad improvvisare qualche vecchio standard insieme. Chissà se Roy mi farà le feste, vedendomi ancora, o se si sarà dimenticato di me.
 


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento giovedì, 01 ottobre 2009 | 19:48

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Ho da poco finito di leggere questo libro, "Tuttalpiù muoio", che Filippo Timi ha scritto insieme ad un tale Edoardo Albinati. Timi è, secondo me, uno dei migliori attori della sua generazione. Ma quando andai a vedere a teatro il suo "Il popolo non ha pane? Diamogli le brioche" me ne uscii con sensazioni contrastanti, quelle che hai quando ti ritrovi gettata in faccia una bravura acerba, che non sa ancora bene da che parte andare. 
Il libro dà più o meno la stessa sensazione, e lo sapevo, anche prima di leggerlo, anche prima di sborsare quegli otto euro alla feltrinelli in un annoiato pomeriggio di acquisti online. Perchè l'ho comprato, allora? 
Beh, innanzitutto perchè parla di Perugia. Più che di Perugia, di Ponte San Giovanni, che conosco solo per le fermate del trenino locale, ma che, a sentire Timi, non è diverso da alcuna provincia umbra, specialmente da quella provincia che nasce non da borghi medievali e colline coperte di girasoli, ma da zone industriali e casermoni di cemento. C'è quella che Guccini chiamava "La grazia, o il tedio a morte, del vivere in provincia", e c'è la crudeltà ordinaria, indifferente, di un paesino dove tutti sanno tutto di tutti, dove la gente si sposa ancora con quelli che hanno conosciuto alle elementari e la televisione è una finestra su un altro mondo, colorato quanto è grigio quello che hai davanti, tanto colorato da stordire le vecchiette in vestaglia, e insieme le ragazzine che sognano la fama mentre lavorano da estetiste o parrucchiere. 
Una delle prime cose che noti dell'Umbria è quanto poco cambi, negli anni. Noi umbri siamo così, pare. L'ultimo che ha voluto fare un po' di casino è stato Francesco d'Assisi, ogni tanto mi viene da pensare; e tanto, anche lui, finchè non se n'è andato a Roma, da queste parti lo prendevano per matto. L'umbro medio odia i cambiamenti, da sempre, ma non perchè sia cattivo, anzi; ne ha paura, punto e basta, come di tutto ciò che esuli dalla sua tranquilla esistenza. "Non è frocio, è solo un po' stravagante" ripetono, a giustificare il voler recitare e ballare e distinguersi di questo bambino ciccione e balbuziente che negli anni settanta e ottanta si arrabatta per farsi notare il più possibile, fino a diventare un attore non ancora -all'epoca della scrittura del libro- famoso, promettente forse, incasinato di sicuro.
Ecco, adesso, io per esempio non so se il Timi sia omosessuale, o bisessuale come pare essere nel libro. Personalmente parlando: fatti suoi. A livello letterario: ecco, forse nel raccontare della vita tragicomica dei froci (la parola è quella che usa lui per connotarla di più, lungi da me l'omofobia) di una città di provincia c'è un compiacimento forse eccessivo, un dire tanto per dire, un insistere troppo sulla casualità e spensieratezza (e sul suo rovescio, lo squallore) degli incontri. Certo, quello che Filo ci vuol dire è che lui ama la bellezza, quella vera e non quella imbellettata e finta, e che se potesse si scoperebbe il mondo, inteso come insieme degli uomini e delle donne e delle colorate vie di mezzo che lo popolano cercando qualcuno che li abbracci e li faccia sentire belli, almeno per un'ora. Infatti, potrebbe benissimo aver solo sognato, desiderato, immaginato, temuto, quelle storie, e andrebbe bene lo stesso così, perchè la verità che fa il racconto non ne sarebbe stata minimamente intaccata.
Però. Però forse pecca d'inesperienza, perchè lui, tutte queste cose ce le dice, ripete, ribatte, ce le urla nell'orecchio. Non dico che non sia quello che voleva fare, però forse, qualche volta, meno dichiarazioni d'intenti e più storie non guasterebbero.
Pare che Timi abbia scritto altro, e forse lo leggerò. Non so quanto dipenda dall'apporto di quel tale Albinati, ma qualche volta la scelta delle parole dialettali e di quelle di lessico elevato, l'accostamento di parole tragiche e comiche, sanno colpire lì, in qualche punto basso dello stomaco. 
Si tratta di storie disordinate e sgangherate, che avrei amato ascoltare raccontate da qualcuno davanti a una Peroni smezzata sulle scalette, che forse in un libro avrebbero avuto bisogno, non tanto di essere addomesticate quanto di essere organizzate, sforbiciate non per censurarle ma per togliere i dettagli gratuiti.
Ma non importa. Se volete un consiglio emotivo, al di fuori di qualsiasi abilità critica che io possa avere (e che non è molta, lo ammetto), compratelo, soprattutto se siete cresciuti in provincia. Rapiti, ne sarete rapiti, e anche se non vi piacerà, un pochino di bene a Filo glielo vorrete comunque, alla fine. 


Scritto da JonLivingstone

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In questo momento martedì, 15 settembre 2009 | 23:40

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E' stato quando, all'ora di cena, mia madre mi ha chiamato, che mi sono reso conto che quella era la mia prima conversazione della giornata con chicchessia.
Niente di strano, eh. Due giorni di clausura pre-esame, a guardare la città ingrigirsi dalla finestra, la stanza alla mia sinistra ancora sfitta, quella alla mia destra lasciata vuota dalla Mani che, forse, è dai suoi. Andare a cazzeggiare dai vicini, non se ne parla prima dell'esame di domani. I miei amici, più o meno tutti nella stessa situazione. Sotto esami, il telefono di solito squilla solo per proporti cose che non puoi fare.
Solo, non mi ero reso conto di non aver aperto bocca per ore e ore. Di essermi imposto, oltre alla clausura, anche un silenzio claustrale. Neanche una canzoncina sotto la doccia o un'imprecazione al momento di scottarsi con la padella delle verdure.
Sì, credo che sia normale, quando vivi da solo e sei in un periodo in cui non hai tanto tempo da dedicare agli amici, e per di più piove.
Non è nemmeno tanto triste, a pensarci bene.


Scritto da JonLivingstone

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