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Per tre anni e mezzo ho evitato i laureandi in festa come la peste, mentre sgattaiolavo veloce su e giù per gli scaloni della facoltà. Poi è arrivata la mia, ed ero troppo su di giri per capirne qualcosa. La laurea di Moi, ieri, è stata la prima che ho osservato con sguardo partecipe. Con una camicia a righine pescata chissaddove dall'armadio, sperando che nessuno notasse il suo bisogno di un ferro da stiro quando mi mescolavo alla folla di cugini, fidanzati e parentame vario, mentre Michele e il Socio erano ovviamente in ritardo catastrofico e Moi era troppo impegnata nelle ben note paranoie pre-discussione. Ho preso posto appoggiando il gomito alla statua dell'oratore dell'atrio del primo piano, accanto ad un tipo del paese con cui qualche volta capita di giocare a calcetto. Sfogliava una copia della tesi, che mi ha subito dopo passato "Ahbbeh, qui se parla dell'esistenza, io 'nce capisco niente!". Ho annuito. "L'esistenza è una brutta bestia."
Ogni tanto qualche parente più agitato cercava un posto dove mettere le bottiglie di champagne perchè non si raffreddassero, mentre zie e nonne aspettavano un po' commosse nei loro capelli corti e messimpiegati, perfetti esemplari di quei paesi italiani dove ognuno è uguale agli altri della propria famiglia, avrei potuto riconoscerle dalle loro figlie. I gruppi famigliari si mescolavano quasi con quelli degli altri laureandi. Siamo entrati mentre stavo valutavo se assalire le cugine pugliesi della laureanda accanto, o forse mentre pensavo alla mia prova di qualche (lontanissimo?) mese fa nella sala delle Adunanze.
La sala degli Stemmi è più pacchiana, per disgrazia della mia amica, e più piccola, per disgrazia dei familiari. Solo a lei (e a noi tre-quattro amigos) interessava il suo parlare di Vattimo e reinterpretazioni di Nietzsche: ai prof interessava solo di sè stessi e delle loro domande, ai familiari che il vestito le cadesse bene.
Mentre l'abbracciavamo nella già ovvia goia finale, i cori paesani partivano dietro di noi e noi le ricordavamo di aspettare un po' prima di iniziare ad abbracciare cavalli per le vie di Torino, pensavo alle menti valide della mia generazione.
Scritto da JonLivingstone
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Credo appartengano ad una scuola d'arte. Non so di quale paese, ma mi piace pensare che i dieci o quindici ragazzi e ragazze -più prof- vengano da qualche piana città grigia e industriale d'America o Nord Europa, per immaginare il loro impatto con le salite e i mattoni fuori posto del centro Italia. Per trovare nei loro occhi la meraviglia di cui io, già dopo un anno, non sono più capace quando passeggio per gli scorci francescani, semplici per quanto lasciati lì con un po' di menefreghismo dal popolo e dalla storia, della città dei miei vent'anni. I loro disegni, li sbircio per avere un'idea delle case che si spiegano di fronte a me sulla collina e che non so più guardare. Cosicchè, mi verrebbe da offrire una birra agli spilungoni biondi con occhiali da sole, e di innamorarmi delle ragazze in gonna lunga e sandali, per il modo in cui si tengono le loro tavolette davanti, di come ci si curvano sopra, con avidità e stupore.
Scritto da JonLivingstone
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Kafkiana.
Non capisco, non capirò mai il mio accostarmi alla burocrazia con paura e diffidenza. Consegnare un modulo mi porta a condizioni fantozziane: salivazione azzerata, sensazione di palla da tennis in bocca, mi manca solo dire "com'è umano lei". Il linguaggio della vigente legislazione in materia, dei requisiti prescritti, pena il decadimento della suddetta, mi risulta più incomprensibile dell'ostrogoto.
So che è un mio limite. Lo so. Non c'è niente di peggio di qualcuno che rigetta a prescindere un campo dell'esistenza, qualunque esso sia. Però ho questo blocco psicologico, capite? E non perchè consideri la burocrazia una roba da poco, quanto perchè...mio Dio, è diversa, capite? Hanno una logica che non è la mia e che non capirò mai, mai, mai. Non come quella della letteratura.
Sarà una dura lotta, sempre.
Scritto da JonLivingstone
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Io lo so perchè gli dèi mi hanno regalato questo maggio così pieno di pioggia e sole, freddo e caldo anche nella stessa giornata. Perchè è uguale, per certi versi, ad un maggio inglese, t-shirt sotto la giacca pesante e via.
(dell'ultimo mese di erasmus la prima cosa che ricordo è il modo in cui ci stupimmo di come, spostandoci a nord, le ore di luce durante la primavera aumentassero a dismisura. non scordiamoci che l'ultima immagine che ho del mio erasmus è un tramonto delle undici e mezza di sera sulle coste del Devon.)
Navigare a vista. Assaporare le somiglianze e dare il benvenuto alle differenze. Niente di meglio della nostalgia, quando arriva in pillole zuccherate.
La colonna sonora è piano piano diventata la stessa di un anno fa, con Gang of Four, Cribs, Arcade Fire, CAKE e Happy Mondays.
L'umore? Molto più cinico, molto più in pace e armonia col mondo. Mi contraddico? Bene, sì, allora mi contraddico. Anche se contengo decisamente meno moltitudini di Whitman.
(da bambino mi ricordo che in campagna questo periodo era il periodo delle rondini. poi erano sparite, e io diedi la colpa all'inquinamento. solo ora, osservando i tetti da questa finestra al quarto piano, ho scoperto che si sono ritirate nelle vecchie città, dove ancora possono trovare qualche grondaia qua e là. Pasolini mio, e io che credevo che la mia generazione potesse denunciare la scomparsa delle rondini come tu avevi denunciato quella delle lucciole. anche ora, a sera, danzano davanti ai miei occhi in figure che, per me, non hanno molto senso. cercano di misurare a memoria la loro Italia ritrovata dopo un inverno africano, credo.)
Scritto da JonLivingstone
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Qualche appunto per il saggio di sociologia che non sarò mai in grado di scrivere:
Io sono andato a votare con rassegnazione, rabbia e una disillusione che a un ventenne non dovrebbero essere mai concesse. Quarant'anni fa i miei genitori avevano la mia età e partecipavano attivamente alla vita politica. Avevano dei sogni, delle speranze. Oggi noi abbiamo bisogni, speranze tanto timide che raramente saltano al di là del nostro naso, e un confuso tentare di essere-come-loro-senza-essere-come-loro.
Nel frattempo, siamo costretti a metterci in fila. Pazientemente, come nel mondo del lavoro.
Subiamo le conseguenze delle loro scelte, ma siamo noi i colpevoli. Noi siamo la generazione del disimpegno, del menefreghismo, dello sballo, della confusione ideologica. Noi che abbiamo ricevuto in eredità una sinistra debole da contrapporre ad una destra francamente inaccettabile. Però quell'epoca là, quella delle sezioni, dei tazebao e dell'autocritica, quella sì che è l'epoca a cui si deve tornare. Poco importa se gli storici stranieri imputano l'attuale debolezza del PD alla politica gesuita del PCI, morbida con i cattolici e dura con le dissidenze interne. No, quella era l'epoca in cui andava tutto bene, anche se si perdeva già allora.
E ora noi, che non sappiamo dove mettere le mani di fronte ad un Berlusconi che voi avete creato (o almeno, il vostro Craxi ha creato e con cui il vostro D'Alema ha creduto di poter trattare a suo piacimento), ci troviamo ad essere perfino criticati.
Del conseguimento della maggiore età scriveremo fra un bel po', quando avremo capito qualcosa di come funziona il mondo. Credo che falliremo anche noi: forse la sconfitta è dopotutto nel dna della sinistra. Ma almeno, fidatevi, sapremo perdere a modo nostro.
Scritto da JonLivingstone
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Sono ancora vivo stop ho solo fatto tre esami in una settimana stop nel frattempo ho fatto altre cose alcune significative altre no stop per esempio ieri sera sono uscito con i miei coinquilini e altri amici stop mi sono bevuto anche il cervello e stamattina ci ho messo due ore per tirarmi su dal letto stop c'è un taglio sul mio dito che ricollego solo vagamente ad una peroni da sessantasei stop c'è una tazza di tè che si sta freddando sulla mia scrivania in attesa che io sia in grado di berla stop fuori il tempo è bigio e dalla chiesa qua sotto esce gente con ombrelli stop una bella domenica fuorisede stop
Scritto da JonLivingstone
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Stamattina mi sono stupito, vedendo la scritta "Beati i coprofagi" campeggiare sul muro di un palazzo. Non riuscivo a capirla.
Poi l'ho capita, e ho riso.
Poi l'ho relazionata ad un po' di cose, e non ho riso più.
Scritto da JonLivingstone
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Oggi pomeriggio, prima del tramonto, c'era una luce bella, viva, che scendeva di traverso dal cielo come per caso. Sembrava rendere lo spazio più ampio, le ore più lunghe, così sono andato al pratino e mi sono seduto sull'erba, la chiesa in faccia, ad aspettare che succedesse qualcosa. Qualsiasi cosa. Mi sembrava il sole adatto a far succedere qualcosa di bello. Non è successo, ma, ho pensato, chissà, forse in futuro.
Scritto da JonLivingstone
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IL DIVORZIO BERLUSCONI-LARIO
Ok, adesso che ho la vostra attenzione, possiamo passare al vero argomento del post. Del resto, non è decisamente un argomento con un nome figo, anzi. Quando, in libreria, ho visto il titolo del libro di cui voglio parlarvi, "Diceria dell'untore", e poi il nome dell'autore, Gesualdo Bufalino, vi confesso che volevo lasciarlo lì.
Avrei fatto male.
"Diceria dell'untore" è un libro stranissimo, l'esordio lavoratissimo di un sessantenne che aveva cominciato a scrivere a quarant'anni i suoi ricordi di ventenne. Anche per il suo particolare argomento, ha un po' tutte queste età in sè: se per argomento (un giovane reduce della seconda guerra mondiale, malato di tubercolosi e probabilmente destinato a morire a breve, in un sanatorio siciliano si innamora di un'altra malata) e toni non sfigurerebbe accanto a Pavese e Vittorini, lo stile tradisce una frequentazione adulta ed erudita del barocco più mortifero. Facendotelo rivalutare, tra l'altro: impossibile non pensare alle tragedie più brutte e necrofile di Webster o a quegli architetti che hanno disseminato il sud Italia di teschi nelle chiese, quando vediamo il protagonista trafugare le radiografie dei polmoni malati della sua amata e abbracciarle nelle sue fantasie.
Mi ci volle un po' anche per non gettarlo dal finestrino del treno pentendomi dell'acquisto, quando vidi che, solo nel primo paragrafo, Bufalino usava senza ritegno parole come "trapela" e "irrisorio", "viluppi" e "latomia", allitterando "ribrezzo" con "pozzo" come se fosse la cosa più normale del mondo, e usando una delle parole che ho personalmente bandito dal mio vocabolario, "estasi".
Anche qui avrei fatto male, mi sarei negato una delle più impietose finestre sulla vita umana da cui abbia mai potuto sbirciare.
L'umanità che ne esce è la stessa che usciva dalla seconda guerra mondiale: un'umanità senza speranza, che dopo l'ubriacatura delle grandi idee si rendeva conto di stare solo prolungando un grido di dolore vecchio di millenni. La scienza (il grottesco primario di medicina) e la religione (il ridicolo prete apostata) ne escono ditrutte, e...la letteratura?
Questa dichiarazione d'intenti chiude la "Diceria" ed è forse uno dei più lucidi sguardi al ruolo dell'autore come conseguenza della vita che sia mai esistito:
"E mi dicevo che l'estate era finita e la mia gloria insieme. E che di tante febbri, e frasi, e fazzoletti zuppi di lacrime e sangue, perfino il ricordo presto si sarebbe consumato, una vacanza era stata, una debolezza del cuore che voleva educarsi a morire. Come tutte le grandi pesti, anche questa infima mia finiva con una pioggia. In compagnia dell'acqua che mi colava dai capelli e mi rigava le gote, il male si scorporava da me, se ne andava. Ma con esso ogni resto d'orgoglio; con esso, forse, la gioventù. Mi attendevano altre strade, domani. Facili, rumorose, comuni. Le mezze fedi, le false bandiere. Mi ci sarei rassegnato, che altro potevo fare? Poichè la seduzione del nulla era inutile, riluttando il cuore per tanti segni a farmene persuadere. E l'infelicità, col suo miele amaro, neppure essa mi serviva più."
Cosa ci sta dicendo qua l'autore? Beh, innanzitutto abbiamo una condizione emblematica dell'essere umano: bene o male, più o meno presentabili, siamo tutti in un lazzaretto che conduce alla fossa. Possiamo baloccarci con un sacco di cose, nel frattempo, come la scienza o la violenza o i giochi o la religione. Ovviamente l'amore è la cosa migliore per ingannare il tempo, perchè è meglio avere qualcuno da abbracciare nel tempo che abbiamo, piuttosto che restarcene da soli a letto ad affogare nel nostro sangue, no? Poi tutto passa, svanisce. E chi resta vivo, alla fine di questo "patto di non sopravvivenza"? Lo scrittore, ovvio. Che deve vivere necessariamente, per esserne un testimone. Come Senofonte, come l'Ismaele di "MOby Dick", come Boccaccio alla fine della peste: la condanna di chi scrive è quella di sopravvivere a tutti. Quando magari, invece, vorrebbe solo vivere e morire con gli altri. ma soprattutto vivere: cosa gliene frega, al protagonista della "Diceria", di prendere un tram ed uscirsene dal lazzaretto, se Marta è persa per sempre agli occhi del mondo? La capacità di scrivere che gli resta, è ben poca cosa, ai suoi occhi. Eppure, sono i pochi sfortunati sopravvissuti che mandano avanti il mondo, trasmettendo alle generazioni future piccole figure salvate all'oblio, prese dalle loro cosmogonie personali e divenute, sulla pagina, universali.
Si capisce perchè Gesualdo Bufalino abbia avuto a lungo la tentazione di portare con lui nella tomba questo manoscritto così amato (dieci anni e passa di lavoro, dico, dieci anni per centoventisei pagine di libro).
Quanto a noi, il consiglio resta che leggerlo è meglio che non leggerlo. Evitando di rovinarcisi i periodi di ottimismo, però.
Scritto da JonLivingstone
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Dell'uso del Beer Pong fra' giovini di questa e d'altra parte dell'Oceano
Vorrei avere il piacere di introdurre questo mio breve, ma, spero, esaustivo trattato sul Beer Pong, con le parole del mio caro amico Monty Boy, il quale ci ha introdotti alle delizie di questa disciplina dopo averla vista praticata nei pochi giorni passati a Boston, dove era andato a trovare un tipo del nostro liceo. E' possibile per un umbro studiare a Boston? Beh, se è un genio della matematica con un padre pieno di soldi come il tipo in questione, sì. Il buon vecchio Monty Boy ama ripetere, durante le nostre partite: "Il beer pong è uno sport senza Dio." Come ha osservato una nostra amica che studia medicina, è anche lo sport meno igienico della storia, ma questo non vi fermerebbe, vero? A noi, non ci ha fermati.
Passiamo in rassegna velocemente l'occorrente necessario: un tavolo, innanzitutto, vicino al quale non ci siano oggetti di valore e/o fragili; venti bicchieri di carta di quelli grandi della Coca-Cola (se siete seriamente igienisti potete comprarne venti per ogni partita che intendete fare quella sera, ma sappiate che lo Studente Americano Medio riderebbe di voi); un numero variabile di palline da ping pong; due vaschette; svariati litri di birra. Siccome non tutti sono milionari, e siccome per una partita seria ne servono letteralmente litri e litri, è normale che la scelta cada su una marca non esattamente di grande qualità: dalle mie parti, nei discount vendono un imbevibile intruglio al luppolo chiamato BestBrau, che ha il sommo pregio di costare 85 centesimi al litro. Non lo raccomanderei in una guida gastronomica della Baviera, tuttavia.
Le regole sono semplici: ci si divide in due squadre- ma si può giocare anche uno contro uno- ciascuna delle quali ha davanti a sè la propria piramide di bicchieri pieni di birra; a turno, si tira ai bicchieri dell'avversario; se si fa centro, l'avversario beve il bicchiere centrato; si continua finchè una squadra non resta senza bicchieri o finchè i suoi componenti non collassano sul divano più vicino. Ci sono solo un paio di regole addizionali, come il fatto che, tirando di rimbalzo, si fanno bere due bicchieri all'avversario, che però in questo caso può scacciare la pallina con la mano, o il poter chiedere alla squadra avversaria di ridisporre i bicchieri una volta a partita.
Un'aggiunta che molti gradiscono è sintetizzata in lingua inglese dalla frase "Bitches can Blow", e vuol dire che, letteralmente, una o più ragazze possono essere presenti accanto ai giocatori per soffiare via le palline in avvicinamento. L'uso della discutibile, americanissima sineddoche "girl=bitch" è disapprovata dal sottoscritto. Quanto al doppiosenso contenuto nel verbo "to blow" (letteralmente "soffiare") non è questa la sede per discuterne: procuratevi la discografia dei Limp Bizkit, o di Eminem, diamine. Vi sarete chiesti, piuttosto, se il soffiare femminile è di qualche utilità ai fini del gioco, giusto? Beh, che vi posso dire, sono americani quelli che l'hanno inventato: gli basta avere accanto una biondona ubriaca che si china sul tavolo con una maglietta scollata, e sono contenti. Gente semplice. Noi, quando una volta Michele ha provato a chiedere ad Amy, per scherzo, se voleva essere la bitch della sua squadra, si è subito dopo trovato a dover schivare una tartina al tonno diretta al volto.
La partita non dura poco, dipende molto dall'abilità dei giocatori e da quanti bicchieri il tiratore ubriaco effettivamente vede dall'altra parte del tavolo. Vi devo confessare che la sensazione di raccogliere con le dita da dentro il bicchiere una pallina da ping pong che ha rimbalzato per tutta la tua taverna, per poi bersi -in un sorso solo, sennò non vale- mezzo litro di pessima birra sporca e senza più schiuma, è un discreto incentivo al far terminare la partita a tuo favore. Per quanto, mi rendo conto che dal punto di vista yankee questo non fa molta differenza, se avete mai conosciuto degli universitari americani potete intuire cosa voglio dirvi. Alcuni, mi dicono, rinunciano anche al già vergognoso palliativo della vaschetta d'acqua nella quale sciacquare la pallina caduta in terra.
Spero di avervi incuriosito con questa mia breve presentazione di un passatempo sano, dignitoso e ottimo per tutte le età e le compagnie. Se mai passerete da queste parti e avete voglia di sfidarmi, vi assicuro che non mancherò di soddisfarvi. Attenti al mio famoso tiro-rimbalzato-quando-l'avversario-non-guarda, però.
Permettetemi di lasciarvi con alcuni video del Maestro. Per oggi è tutto, alla prossima lezione.
Scritto da JonLivingstone
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eccomi
Un ragazzo dalla palindroma età di ventidue anni (23/12/1986). Magro, quasi alto. Un cespuglio di capelli ricci mal pettinati, occhiali, barba volutamente incolta. Un plettro viola al collo come talismano imperfetto, un paio di jeans e delle adidas come divisa standard. Un maglione a collo alto d'inverno, una t-shirt con i suoi eroi d'estate. Cerca di apparire nell'ordine come un poeta, una rockstar, un rivoluzionario, un bohemièn. A volte ci riesce,a volte no. Nel frattempo è sopravvissuto sia a cinque anni di liceo classico vissuti in modo amorfo e prevedibile, sia a due anni d'università vissuti in un modo che è stato devastante per il suo equilibrio posichico. Studia (lingue e letterature straniere, chè alla fin fine è la letteratura che gli piace e quella che gli piace è quasi tutta yankee), legge tonnellate di libri, suona il basso anche se al momento (momento? mesi!) è in cerca di gruppo, scrive roba inutile, si innamora di quasi ogni ragazza che incontra, esce con gli amici e spesso beve e torna a casa cantando le parole di qualche canzone scritta da un tizio al momento morto. Un anno fa, per vedere il mondo, trovare sè stesso e bere birra a buon mercato, decise di partire per l'Inghilterra. Da Leeds (West Yorkshire) è tornato forse cambiatissimo, forse uguale a prima.
io amo..
suonare, scrivere, chiacchierare ubriachezze filosofiche il sabato sera, la cioccolata, leggere, studiare, le ragazze con il senso dell'umorismo, ca°°eggiare in internet, le persone che non dicono mai un luogo comune,essere fuori moda
io odio..
razzismo. fascismo. moralismo. la musica commerciale. fighetteria varia. reality show ed altri tentativi di controllo mentale.
Gente che quando scrive riesce a cavarti fuori emozioni
J.Kerouac, A. Baricco, I.Calvino, J.Fante, D. Pennac, G.Garcìa Marquez, F. Garcìa Lorca, M. Và zquez Montalbà n, D. Coupland, J. Conrad, E.L. Masters, D.Eggers, C.Palahniuk, P.P. Pasolini, J.Amado, B.Easton Ellis, D.De Lillo,U. Eco, J. Joyce, B. Yoshimoto, G.Orwell, T. Morrison, J.Conrad, L. Sepùlveda, J.Franzen, O.Wilde, F. Scott Fitzgerald, W. Blake, E. Brizzi, R.Tagore, H.Murakami, T.S. Eliot, C.Bukovski, S.Benni, E. Vittorini, D.Thomas, C. Pavese,J.Gaarder, I.Allende, S. Vassalli, J.Steinbeck, N.Hornby e...beh, guardate il mio account su ANobii, no?
.....e gente che lo fa quando suona
Red Hot Chili Peppers, Santana, Jeff Buckley, Blur, The Clash, Rancid, Franz Ferdinand, The Doors, The Warlocks, Jeff Buckley, CCCP, Jamie Cullum, P.F.M., Cocteau Twins, Police, Vinicio Capossela, Jimi Hendrix, Rolling Stones, C.S.I., Green Day, Pearl Jam, Sting, Black Rebel Motorcycle Club, Tom Waits, Pat Metheny, David Bowie, Jaco, My Bloody Valentine, Manu Chao, Pixies, Iron Maiden, Emerson Lake & Palmer, Weather Report, Soundgarden, Television, The Who, Smashing Pumpkins, Metallica, Tool, Bloc Party, Bob Dylan, Yeah Yeah Yeahs, Velvet Underground, System Of A Down, Ramones, Wilco, Queens of the Stone Age, Sonic Youth, Modena City Ramblers, Led Zeppelin, Bob Dylan, F.De Gregori, Marlene Kuntz, F.De Andrè, Jethro Tull, Pink Floyd, Herbie Hancock, A Perfect Circle, Saturnino, The Smiths, Dredg, Joe Strummer & the Mescaleros, Incubus, Pavement, The Strokes, R.E.M., Muse, Interpol, Violent Femmes, Audioslave,Rage Against The Machine, Nick Cave and the Bad Seeds, Nirvana...vabè, anche qui forse è meglio che vi rimando alla pagina di Last.FMWishlist utopistica
Capire qualcosa del Futuro prima di uscirne fuori rattoppato. Inoltre aspetto l'amore della mia vita, un disco di rock veramente epocale, e tanto per gradire un mondo di pace e giustizia. Poi, per non rimanere deluso proprio del tutto, aspetto anche l'autobus.
ipse dixit
"Mi feci strada fra la folla: minatori dei quartieri bassi che si avviavano alla partita di calcio, campagnoli venuti a fare spese, gente che ammirava le vetrine dei negozi; uomini laceri e silenziosi, fermi sulle cantonate sotto la pioggia, isolati fra la folla, la calca delle madri che spingevano carrozzelle, delle vecchie vestite di nero con spille sul seno e cesti di vimini al braccio, ragazze eleganti con impermeabili lucenti e calze inzaccherate; marinai indiani piccoli, aggraziati, atteriti dal cattivo tempo; uomini d'affari con le ghette bagnate; attraverso una foresta di ombrelli che parevano funghi, meditando tutto il tempo sulle notizie di cronaca che non avrei mai scritto. E, rivolgendomi alla folla, pensavo: prima o poi vi metterò tutti quanti in un racconto" (da "Ritratto dell'artista da cucciolo" di D. Thomas)
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